di Luigi Bertino
Carcare nella cronaca e nella storia


Tratto da un mio articolo pubblicato su “Sempre Alpin” periodico della Sezione ANA di Savona nel 2010 in occasione del raduno degli alpini a Carcare per la Consegna del Premio Nazional Alpino dell’anno.


Copiosa è la bibliografia sulla storia di Carcare, gli autori localmente più noti sono G.C. Abba, A.G. Barrili, Padre P.F. Isola, Padre Damiano Casati, Vittoriana Derapalino, Gaspare Novella, Leonello Oliveri, Stefano Ticineto, parecchio ne è stato scritto sulla rivista “Liguria Val Bormida e dintorni” dell’Associazione GRIFL fondata e diretta da LoRenzo Chiarlone, che ha curato alcune pubblicazioni degli autori suddetti.
Il borgo di Carcare è stato citato per la prima volta nel 998 in occasione del passaggio di proprietà tra l’Imperatore Ottone III e il vescovo di Savona di questo territorio che, per la sua importante posizione geografica, nei secoli ha conosciuto e subito molte dominazioni e spartizioni.
La storia carcarese dal 1621 divenne particolarmente interessante grazie al Collegio delle Scuole Pie qui fondato da San Giuseppe Calasanzio.
L’istituzione calasanziana di Carcare fu la prima sorta in Italia al di fuori dello Stato Pontificio, fu realizzata su iniziativa dei tre fratelli carcaresi Castellani, che in Roma rivestivano altissimi incarichi: medici, scientifici e legali. In quel periodo il sacerdote spagnolo Calasanzio, giunto a Roma vi aveva fondato la comunità degli Scolopi, preposti all’apertura delle scuole pie o popolari per accogliere gratuitamente i bambini poveri, anche ebrei; erano religiosi insegnanti aperti e non settari, nella scuola di scienze e matematica aderirono alle teorie di Galileo.
I Castellani conobbero il Calasanzio e lo convinsero a fondare a Carcare una comunità, loro avrebbero provveduto al terreno, alle spese di costruzione e al mantenimento dei maestri-religiosi che avrebbero così insegnato gratuitamente ai bambini residenti. La proposta, ottenute le autorizzazioni pontificie e delle autorità spagnole, allora dominanti a Carcare, si realizzò e nel tempo la comunità calasanziana si allargò all’intera Liguria e oltre.



Questa istituzione giovò a tutta la Val Bormida ed al basso Piemonte ma fu frequentata anche da giovani originari di Torino, Milano, Genova, Roma, ecc.
Chi più di tutti ne beneficiò fu la piccola comunità carcarese che per quasi quattro secoli è stata frequentata da centinaia di Padri insegnanti che hanno formato letterati, scienziati e patrioti, locali ed esterni, permeando con la loro presenza anche la popolazione. Nell’archivio comunale ho trovato una petizione indirizzata al sindaco del 1850 e sottoscritta per l’85 per cento dai capofamiglia con firma autografa in bella calligrafia e solo il 15 per cento tracciò una croce come firma, tra questi ultimi alcuni portavano cognomi sconosciuti nel 1820 a Carcare. Ciò denota che vi era già allora un’alta percentuale di scolarizzazione nelle persone adulte, merito certamente della presenza del collegio.


Carcare nel 1998 è stata insignita, unica al mondo, del titolo di “Città Calasanziana.”.
A Carcare vi è ora una piccola comunità di tre Padri scolopi, e la parrocchia dal 2003 è stata affidata a Padre Italo Levo, già titolare della Parrocchia di San Giuseppe Calasanzio in via Don Gnocchi, a Milano. In quella giurisdizione Don Gnocchi fondò il primo centro della sua grande opera e vi costruì la chiesa di Santa Maria Nascente, dove riposarono le sue spoglie ed ora è conservata e venerata l’Urna con il Beato, donata dagli Alpini. Ricordo che gli Scolopi, tra cui Padre Rimoldi, già insegnante a Carcare, per alcuni anni hanno diretto i centri Don Gnocchi a Santa Maria Nascente e a Inverigo.
Carcare si trova a 18 chilometri da Savona, superato il Colle di Cadibona o Bocchetta di Altare e il territorio altarese, ed è attraversato dal fiume Bormida mediano che nasce dal Settepani nel versante alpino-padano del colle del Melogno alle spalle di Finale Ligure, per cui fin dall’antichità qui c’era un ponte che si trovava in un quadrivio importante.
Da un lato del ponte confluivano le due strade che arrivavano da Savona e da Finale, dall’altra sponda partivano: la strada che entra tra i calanchi delle Langhe già al confine con Cosseria e prosegue verso il Piemonte e Torino e la strada che dopo Dego raggiunge le pendici dell’Alto Monferrato in direzione della pianura padana e il nord Europa.
Nel 1649 di qui passò la figlia dell’Imperatore Ferdinando III d’Asburgo che giungeva da Vienna diretta ad imbarcarsi a Finale per recarsi in Spagna a sposare il Re Filippo IV d’Asburgo.
Nel 1666, 17 anni dopo la giovane figlia dei regnanti spagnoli, Margherita, giungendo dalla Spagna sbarcò a Finale dove fu accolta con il grande Arco della Regina, tuttora esistente, passò a Carcare per proseguire il viaggio verso Vienna diretta a sposare l’Imperatore Leopoldo I d’Asburgo.
Questa posizione strategica per il transito obbligato delle persone e delle merci importanti, come il sale, dal mare verso il continente e viceversa, ha reso nei secoli Carcare crocicchio ambito dai diversi pretendenti e occupanti interessati al controllo e alla riscossione dei dazi e dei pedaggi.



Il territorio carcarese per lunghi periodi ha segnato il confine di casati, Stati ed Imperi subendo guerre di confine e suddivisioni tra i diversi pretendenti.
Carcare è insediato su un piccolo territorio di appena dieci chilometri quadrati, immaginiamo l’area di un cerchio di 1850 metri di raggio, infatti è praticamente in una conca immersa tra il verde attraversata dal fiume sulle cui .sponde risiede la popolazione che fino all’800 è stata inferiore ai 700 abitanti, già raddoppiati con l’unità d’Italia e a metà dagli anni settanta del novecento ha sfiorato i 6000 residenti.
Essendo così ristretto il territorio, ogni giorno chi ci vive ha davanti agli occhi le immagini che gli richiamano pagine di storia, di memoria e di cronaca.
Dalla sede del Gruppo Alpini di Carcare, che è situata su un piccolo rilievo nell’area del Collegio, trovo la miglior postazione da cui si possono osservare i riferimenti che ricordano la storia di Carcare.
Due parole su questo edificio, di dimensioni modeste: è stato costruito dai Padri Scolopi a metà del 1700, al termine di un viale di circa duecento metri in leggera salita tra i campi coltivati per fornire le derrate per il sostentamento della comunità. I Padri costruirono questo “Villino” su questa bella posizione tranquilla per ritirarsi a studiare e meditare.
Nel 1850 circa diventò museo Ighiniano, da padre Filippo Ighina, un Padre Scolopio calizzanese, appassionato e studioso poi insegnante di scienze naturali che raccolse e dotò il museo di reperti paleontologici e archeologici (asce, vasi funebri, lucerne e lacrimatoi, collezioni di zoologia, mineralogia, conchiglie e fossili rarissimi). L’allora Ministro dell’agricoltura Michelotti dette il nome di Ighina a tre conchiglie fossili sconosciute.

Da questo Museo partirono molti reperti per mostre in musei parigini e di importanti città italiane e alcuni furono dati al Museo Pigorini per l’allestimento museale del nuovo Regno d’Italia, a Roma. Qui nel 1875 arrivò anche Mercalli, il sacerdote milanese, insegnante, soprannominato “padre dei terremoti” che fece escursioni geologiche molto fruttuose con padre Ighina. Dopo padre Ighina il museo, tra fine 1800 e il 1940, fu gestito da un altro scienziato, padre Luigi Bigliani che lo arricchì con raccolte di migliaia di farfalle e coleotteri, alcuni rarissimi.
Nel collegio insegnò per molti anni Padre Buccelli che fu insigne pedagogista e nel 1824 pubblicò quello che è ritenuto il primo testo di grammatica “La ragion della lingua” e qui furono istituite per la prima volta la quarta e quinta elementare richieste prima di accedere al Ginnasio.
Ecco l’ampio cortile del Collegio: qui venne più volte Goffredo Mameli anche quando nel settembre 1846 da Genova arrivò presso questo Collegio, giocò a pallone, pregò e parlò molto di patria, speranze e progetti con Padre Atanasio Canata e nacque il “Canto degli Italiani” con l’incipit “Evviva l’Italia, dal sonno s’è desta…” . Mameli era stato accompagnato a Carcare da quello stesso Padre Ameri che Goffredo chiamò ad assisterlo durante la sua tormentata lunga ed atroce sofferenza dopo che era stato colpito da “fuoco amico” e ricevette i conforti religiosi.


Qui fu allievo di Canata il cairese Giuseppe Cesare Abba, che apprezzò e assorbì il sentimento risorgimentale patriottico e liberale del suo insegnante, di cui scrisse: “Svegliatore di geni e di cuori, svegliava all’amore delle lettere dell’arte e della patria cui molti degli alunni offrirono il braccio”. Abba nel 1859 fu volontario nell’Aosta Cavalleria e nel 1860 fu uno dei Mille con altri quattro allievi di Padre Canata, per motivi diversi altri due non poterono salpare da Genova, un altro allievo, Biagio Caranti, piemontese, fu ministro Garibaldino all’agricoltura.
Abba patriota e letterato è stato il primo a scrivere del nuovo Corpo degli Alpini, uomini e soldati sui quali ha posto entusiasmo e fiducia. Certamente essendo stato amministratore e sindaco a Cairo fino al 1880, ha seguito la costruzione della Caserma degli Alpini costì aperta nel 1882. In questo Collegio studiò l’allievo carcarese Giuseppe Sapeto, che fu insegnante a Savona dell’ideatore degli Alpini Agostino Ricci al quale trasmise, per dichiarazione del Ricci stesso, “la prima concreta rivelazione sulla vera coscienza di patria e italianità”. Ricci era stato così ben formato al pensiero patriottico che diciassettenne studente in Legge, nel marzo 1849, partì volontario a piedi da Genova per la Lombardia al seguito di Mameli e Bixio, e poi si impegnò molto da patriota in altre vicende belliche e da Italiano in istruttore di strategia militare a Casa Savoia e alla Scuola di guerra.
Sapeto fu poi esploratore in Africa e acquistò la baia di Assab per conto dell’armatore genovese Rubattino, quello che aveva fornito a Garibaldi i piroscafi a vapore Piemonte e Lombardo per il trasporto dei Mille.
Allievo di questo Collegio a inizio 1900 fu un giovane genovese discendente da una illustre famiglia veneziana che vantava a fine 1500 un doge, Ettore Erizzo il quale si distinse negli studi, primeggiò nelle votazioni e fu nominato Principe dell’Accademia. Noi Alpini lo ricordiamo come importante Presidente dell’ANA dal 1956 al 1965, dette impulso alla crescita dell’Associazione che raddoppiò gli iscritti. Sono rimasti noti alcuni suoi interventi etici e morali.Io lo ricordo per il suo attaccamento a questo Collegio fino alla morte, partecipò sempre alle iniziative dell’Associazione degli ex allievi, ne curò gratuitamente le pratiche burocratiche e legali; nel 1976 incontratolo nel suo studio, dove avevo accompagnato un Padre a consegnare alcuni documenti, mi svelò che il presidente ANA in carica Bertagnolli, allora impegnato per l’emergenza del terremoto in Friuli, 40 anni prima era stato a Carcare a fare i campi e le esercitazioni con la scuola sottufficiali di artiglieria di Bra. Evidentemente Erizzo parlava spesso di Carcare e ne parlò anche con Bertagnolli.
Ettore Erizzo fu autore con il fratello Pierluigi di “La vita dell’avvocato” e “Il regalo del Mandrogno” romanzo tuttora in voga..
Fu allievo di questo Collegio il carcarese Giambattista Sanguinetti, che, con il grado di Tenente, combatté al fianco del generale Galliano a Coatit, dove entrambi caddero e furono decorati con la Medaglia d’oro al VM


Furono molti altri gli studenti locali e di ogni dove che raggiunsero la notorietà in ogni ambito: letterario, scientifico, politico, diplomatico, ecc.
Dalla sede degli Alpini vedo alcuni luoghi simbolo di avvenimenti del 1796, quando il giovane militare corso “le petit caporal” diventò Napoleone. I francesi si sentivano assediati dagli spagnoli e dai sardi-austriaci ma costoro ancor più temevano l’esportazione nei loro regni della rivoluzione francese che aveva ghigliottinato il loro omologo.
Per tre anni, dal 1793, i francesi dalla costa ligure avevano tentato di superare le Alpi liguri, riuscivano a valicarle, giungere fino a Dego, saccheggiavano ma venivano respinti.
Nel marzo 1796 il Bonaparte, ventiseienne, nominato comandante dell’armata in Italia promise ai suoi 60.000 soldati affamati e cenciosi, in gran parte erano i primi coscritti, i ricchi bottini di guerra nelle più fertili pianure della terra con ricche province, grandi città con palazzi e cattedrali piene di preziosi.
Partiti da Nizza percorsero l’Aurelia senza trovare ostacoli, in quanto zona già occupata dai francesi da tre anni.
Giunto a Savona si è diretto verso l’entroterra e sconfiggendo gli austriaci e i sardo-piemontesi in quattro giorni, dal 12 al 15 aprile, si è aperto il passaggio verso la gloria. Vedo la Bocchetta di Altare, là alla sinistra Montenotte, sotto c’è Dego, la porta verso la Lombardia, ruotando ancora ecco il castello di Cosseria e subito dietro Millesimo, la porta verso il Piemonte.


Qui c’è il collegio, che era stato occupato dai soldati francesi, e utilizzato come scuderia e ospedale, a 100 metri casa Ferrero, dove Napoleone si era insediato con il suo quartier generale.
Si racconta che a casa Ferrero una notte il percorso della storia avrebbe potuto deviare, ma così non fu.
Tutti sappiamo come è andata a finire, sull’Arco del Trionfo nel 1806 furono ricordate ai primi posti le vittorie di Montenotte, Millesimo e Dego, mentre gli eroici granatieri piemontesi al Castello di Cosseria cedettero dopo più assalti ed ebbero l’onore delle armi.
Il Regno d’Italia intitolò a Cosseria prima un Reggimento e poi una Divisione di Fanteria a riconoscimento dell’eroica resistenza. L’entusiasmo dei soldati francesi vittoriosi che già avevano trovato di che raccogliere, si pensi solo al tesoro del Santuario di Savona, saliva di giorno in giorno, Napoleone diventava un “mito” e ogni giorno incontrava nuovi giacobini, ormai marciava su Torino, il 23 i piemontesi per fermarlo chiesero l’armistizio.
Le condizioni che accettarono i Savoia furono molto penalizzanti e il 28 aprile a Cherasco fu firmato l’armistizio. Dopo altre due settimane i francesi entrarono in Milano e proseguirono la loro prima campagna..
Carcare nel periodo napoleonico fece parte del Dipartimento di Montenotte e di qui nelle alterne fortune del condottiero transitarono più volte le truppe francesi lasciando dolori e miseria.
In questo Dipartimento, con circa 300.000 abitanti, dal 1806 fino al 1814 su circa 32.000 ventenni coscritti ne furono arruolati 17.000 per raggiungere la Spagna, la Francia e anche la Russia, molti soldati mai ritornarono. A Carcare nella stessa casa dove Napoleone 13 anni prima si era insediato nel 1809 fece una tappa straordinaria il Pellegrino Prigioniero di Napoleone: Papa Pio VII durante la conduzione verso la prigionia in “cella fissa” di Savona. Mai si capì per quale motivo fu programmata questo “passaggio” nella stessa casa dove Napoleone iniziò la sua gloria ma anche rischiò!
Caduto Napoleone, Carcare e la Repubblica di Genova passarono al regno di Sardegna. Già dal 1820 Carcare, attraversato da nuove strade rotabili, ha acquisito maggiore importanza strategico militare e i regnanti, memori delle battaglie napoleoniche, destinarono questa località a campo di esercitazioni militari, tra i reparti che fecero i campi a Carcare ricordiamo il 74° e l’89° Fanteria e le diverse specialità di artiglieria. Venne anche il 2° reggimento artiglieria di Corpo d’Armata da Acqui con il quale nel 1939 arrivò anche il “richiamato alle armi” Giovannino Guareschi, che qui scattò molte fotografie, alcune pubblicate su “Un po’ per gioco”.
Dal 1910 fino al 1943 anche gli allievi della Scuola Ufficiali e Sottufficiali di Artiglieria di fortezza, campale e di montagna, dalle caserme di Bra raggiungevano Carcare per le esercitazioni; i ragazzi del paese e del Collegio si avvicinavano incuriositi a osservare obici, mortai e cannoni con i loro strumenti di puntamento e sparo. Due noti personaggi di Carcare mi hanno raccontato delle loro esercitazioni a Carcare, Bartolomeo Veglio, rinomato pasticcere, di origine braidense, creatore degli amaretti “Napoleon” e delle praline “Alpini” e Fiorindo Mario Ferraro, già allievo del Collegio e studente di Ingegneria, ufficiale di Artiglieria Alpina degli ultimi corsi, poi famoso Comandante Partigiano della Formazione Autonoma Langhe con il nome di Mario dello Sbaranzo, dirigente delle Funivie San Giuseppe-Savona e per molti anni stimato giudice conciliatore.
Carcare era molto nota a Casa Savoia non solo per le vicende belliche ma per il Collegio e alcuni Padri che qui insegnavano. Fin dal 1825 da Torino erano stati richiesti Padri per insegnare alla regia Accademia Militare, ma fu possibile, nonostante le insistenze, inviarne uno solo nel 1827, padre Lorenzo Isnardi che nel 1831 ricevette l’incarico di precettore per la matematica e la lingua italiana per i principi Vittorio Emanuele II, poi re d’Italia, e Ferdinando; dalle relazioni annuali risulta che mentre il secondo si dedicava con successo agli studi, il primo essendo impegnato dal governatore in esercizi fisici e militari in preparazione dei ruoli cui era destinato,.era molto più distratto nell’apprendimento scolastico.
Nel 1837 Padre Isnardi rinunciò all’incarico e rientrò a Carcare ma i rapporti con casa Savoia rimasero buoni, i principi visitarono il collegio che fin dal 1833 Carlo Alberto autorizzò, sotto la sua protezione, di fregiarsi dello stemma dei Savoia.
Il Re Carlo Alberto apprezzava la posizione di Carcare tra il verde delle montagne che le fanno corona e la favoriscono nel clima e avrebbe desiderato trovare una residenza per la villeggiatura del figlio Ferdinando, Duca di Genova, già ammalato, ma non fu possibile trovarne una adeguata alle esigenze.9


Ora a poche centinaia di metri vedo il maestoso Castello di Quassolo, in stile liberty, nel verde con grandi viali, costruito a fine 1800. Gli anziani raccontavano che la famiglia Musso Piantelli lo fece costruire per ospitarvi i regnanti, non si ha conferma di questo ma è possibile. La famiglia Musso Piantelli proprietaria di centinaia di cascine nei territori di Cosseria, Cairo, Mallare, Rialto e Calice oltre che di grandi proprietà a Genova è sempre stata ricordata per la sua disponibilità e generosità, anche con la popolazione locale spesso alle sue dipendenze, è rimasto memorabile il dono del galoppatoio della grande villa di Genova per costruire lo stadio di Marassi.
A fine ‘800 nel territorio di Carcare benestanti e aristocratici liguri, e non solo fecero costruire decine di ville per la villeggiatura o per stare vicino ai figli o nipoti allievi convittori che rimanevano nel Collegio tutto l’anno.


Qui accenneremo solo a qualche residenza. Innanzitutto ricordiamo Villa Maura costruita nel 1885 dallo scrittore e politico garibaldino Anton Giulio Barrili, il quale partecipò direttamente alla costruzione, come fece Garibaldi a Caprera; la costruì vicino al collegio dove studiava il nipote.
Ora la villa ospita la biblioteca comunale e il museo A.G. Barrili con 3500 cimeli, più di 20.000 lettere di importanti corrispondenti del Barrili e circa 10.000 libri oltre a collezioni di riviste e quotidiani.
Poco lontana è Villa Fina, in stile liberty costruita nel 1914 per la famiglia Fiumi, tra le altre attività importatori di carbone e costruttori delle Funivie San Giuseppe-Savona. L’elegante grande villa immersa nel parco è adornata da importanti opere di ferro battuto ma l’opera più importante è la recinzione in ferro battuto fissata su un basamento di granito rosa della Sardegna che contorna buona parte del parco, e un grande cancello, il tutto abbellito da artistiche rose, e su di un asta un ammirevole grande gallo con la forma caratteristica della creazione dell’artista Mazzucotelli.
Nel periodo bellico tutte queste opere furono risparmiate dalla fusione per la loro rilevanza artistica. Si racconta che questa importante maestosa cancellata “delle rose” fosse stata costruita per lo Zar di Russia forse su commissione del Fiumi stesso importatore di carbone dal Bacino di Rostov. Arrivata dalle officine di Milano a Savona per essere inviata a destinazione, con i blocchi di granito rosa arrivati appositamente dalla Sardegna, ma a causa dei primi sintomi della rivoluzione in Russia rimase nel porto ed è poi stata collocata a Carcare.
A Feltre nell museo del ferro battuto del Rizzarda, che fu allievo e collaboratore di Mazzucotelli, vi sono alcune opere del Maestro, tra cui il cancello “dei gladioli”, già di villa Borromeo ad Arcore, ma non ha la maestosità di quello “delle rose” di Carcare, né vi sono galli altrettanto grandi. Il merito dell’attuale ottimo stato di conservazione va riconosciuta all’attuale proprietario.
Altra villa con caratteristiche architettoniche pregevoli, sovrastata da una torretta, è villa Franchi fatta costruire da un capitano di mare di lungo corso della notissima famiglia dei costruttori di fucili della Val Trompia, ora la villa è stata restaurata.

Altra residenza storica è villa Adele, fatta edificare dalla contessa Adele Borromeo che all’inizio del 900 si era ritirata a Carcare. La nobildonna è ricordata per la sua disponibilità tra la popolazione, in special modo per i meno abbienti. Alla sua morte la villa è passata a Giuseppe Oliveri, originario di Carcare con importanti interessi a Genova, presidente per molti anni degli ex allievi del Collegio, ufficiale degli alpini nella prima guerra mondiale, coevo e amico di Ettore Erizzo. Nel parco della villa, vicino al fiume era stata eretta una costruzione, poi divenuta di proprietà comunale oggi custodisce il Museo degli Alpini di Carcare.

Da questo poggio vedo il campanile della chiesa di San Giovanni del Monte in mezzo ai castagni, è stata la prima chiesa di Carcare, già citata nel 998, là in fondo la chiesa circolare della Madonna della Pace, la più recente, costruita nel 1965 alla frazione Vispa. Volgendo lo sguardo ecco le altre chiese: la Cappela di San Rocco, già San Sebastiano, visitata da San Giuseppe Calasanzio nella sua visita a Carcare, verso il centro l’Oratorio di Santa Rosalia Palermitana, poi sede dei Battuti.
Spicca sotto nel grande complesso del convento calasanziano del Collegio con la chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate. Maestosa oltre il fiume domina sulla grande piazza la chiesa Parrocchiale edificata nel 1891 che celebra la Natività di San Giovanni Battista; in una cappella Alfredo Luxoro, appartenente alla scuola pittorica dei Grigi, qui fondata da pittori provenienti da tutta Europa nel 1890, ha raffigurato un evento raramente ricordato nei dipinti: la morte di San Giuseppe.
Fanno ala all’ingresso della piazza della chiesa parrocchiale due grandi edifici costruiti nella seconda metà dell’ottocento nel sito dove prima esistevano i ruderi del castello.
Le due costruzioni furono adibit: l’uno ad asilo infantile, GB Mallarini, gestito ottimamente per oltre 130 anni dalle suore di San Vincenzo, l’altro a Ospedale – Ospizio di San Giacomo poi chiuso ed oggi sede del Comune.
L’attività produttiva carcarese nei secoli ha conosciuto, oltre la coltivazione nei pochi campi di ortaggi, cereali e fieno anche la coltivazione della canapa. Da questa produzione alcuni punti del fiume, dove la canapa era messa a macerare nell’acqua, hanno preso il nome di Canavai e Canaletti. Fiorente è poi stato l’allevamento del baco da seta con la diffusa coltivazione del gelso di cui vi erano filari anche nel fossato del castello distrutto pooi trasformato nella grande piazza. Venne costruito in paese un secondo filatoio, con 16 fornelletti dove venivano immersi i bachi per lo sbozzolamento.
I boschi, oltre alle castagne per l’alimentazione umana e animale, davano legna per travi e tavole, o per ardere nelle numerose ferriere dove veniva forgiato il minerale.
Le ceneri di alcune piante come il faggio e la felce mescolate alla sabbia locale erano materia prima per la produzione del vetro, mentre il legname in genere era utilizzato per scaldare i forni per la produzione del vetro. Le primissime produzioni locali di vetro infatti sono state realizzate in forni artigianali costruiti nei boschi da eremiti e la toponomastica ricorda Vetria, Veirera e Fornelli, ecc. Grazie all’esistenza in loco della materia prima ad Altare da oltre mille anni è molto attiva la produzione del vetro cavo ed artistico. I maestri vetrai di Altare hanno portato la loro scuola dell’arte vetraria in Italia e in tutto il mondo.
A Carcare all’inizio ‘900 è stata costruita da alcuni maestri di Altare una vetreria che inizialmente produceva soprattutto bottiglie con bollo o piombino di misura per latte e vino, oltre a flaconi e bottiglieria in genere. Una seconda vetreria è stata costruita a Carcare nel 1942 e, per motivi di spazio, nel 1962 con il nome di Vetr.I è stata trasferita a Dego. Il gruppo Vetr.I, nel tempo è divenuto un colosso del settore con la costruzione di nuovi stabilimenti ed acquisendone altri, compreso la prima vetreria carcarese che continua l’attività ed è tecnologicamente all’avanguardia nella produzione di vetro cavo, anche di colore blu, per importanti marchi di olio, vino, acqua, birra, succhi, liquori, ecc.
A Carcare a metà ‘900 è nata l’Ilsa una importante fabbrica di piccole piastrelle in ceramica da mosaico per rivestimenti interni ed esterni esportate in tutto il mondo, e vi hanno prestato la loro opera tra gli altri gli artisti Agenore Fabbri e Lucio Fontana.
Nel 1900 la val Bormida ha avuto un importante sviluppo industriale nel settore chimico a Bragno, con la costruzione delle Funivie Savona- San Giuseppe il carbone fossile arrivava nei vagonetti direttamente dal porto per essere lavorato presso la Kokitalia, che oltre a produrre coke estraeva molti derivati e nella lavorazione produceva vapori ed energia che veniva sfruttata dalla attigua Montecatini specializzata nella produzione di concimi e altri prodotti chimici. A Ferrania la Film Ferrania cui negli anni ‘60 è subentrata la multinazionale 3M è sempre stato prodotto fotosensibile, oggi superato dalle nuove forme digitali di riproduzione.
Le aziende di cui sopra hanno richiesto molta mano d’opera anche professionalizzata e molti nuovi arrivati hanno scelto di risiedere a Carcare che nel secolo ha quadruplicato la popolazione.
Ancora alcune note di cronaca a Carcare è nato il calciatore Virgilio Felice Levratto, 28 presenze e 11 reti segnate in nazionale, soggetto di molti aneddoti, non solo per i suoi potentissimi tiri .
Il quartetto Cetra lo citò così “…sei meglio di Levratto, ogni tiro va nel sacco, oh, oh, oh, che centrattacco…”, fu anche allenatore.
Scrivendo calcio ricordo che nel 1956 a Carcare soggiornarono Ferenc Puskas, il supercannoniere della Honved, e altri giocatori ungheresi che a seguito dell’invasione Sovietica dell’Ungheria non rientrarono a Budapest e dopo aver giocato in incognito partite amichevoli a Sanremo, Bordighera e in giro per l’Italia furono poi ingaggiati dal Real Madrid. Fortunati erano i ragazzi che potevano fare una fotografia con loro, gli autografi invece abbondavano.
A Carcare soggiornò per anni durante l’estate la scrittrice Gina Lagorio e tuttora soggiorna la poetessa Maria Luisa Spaziani.
E’ di origine carcarese il filosofo della scienza Giulio Giorello, di cui un antenato fu sindaco nel 1855.
Sotto l’aspetto amministrativo alcune 9curiosità sono degne di nota. Il primo sindaco della liberazione acclamato il 25 aprile era un comandante partigiano “garibaldino” figlio del federale fascista in carica e già podestà per tanti anni. Inoltre dal 1950 al 1995 a Carcare hanno amministrato due sindaci, uno 25 anni, indipendente-DC e il successore 20 anni comunista, e nel 1990 ebbe luogo uno dei primi “compromessi storici” se non il primo in assoluto, e fece clamore il fatto che l’accordo di coalizione non avvenne per ribaltare il sindaco in scadenza ma per confermarlo.
E ancora nel secolo scorso due parroci hanno coperto 86 anni di gestione della parrocchia.
Prima che la Fiat costruisse nel 1958 l’autostrada Savona-Torino per portare con le bisarche le auto al porto di Savona, gran parte del traffico tra Liguria, Piemonte e Lombardia, come negli antichi tempi, continuava a transitare per Carcare, dove da fine ‘800 sono sempre stati attivi almeno due alberghi e più locande e osterie, sarebbe oltremodo lungo elencare i personaggi importanti che qui hanno fatto sosta, ma un fatto è da ricordare. I due alberghi ristoranti blasonati per la loro cucina erano situati su due lati della piazza principale dove passavano le macchine dei potenziali avventori, i quali, se l’ora era propizia, solitamente rallentavano per consumare il pranzo o la cena..
Nella piazza in quelle stesse ore sostavano i due distinti albergatori o loro addetti che con la inappuntabile divisa da camerieri, compreso il tovagliolo sull’avambraccio, con professionalità e cortesia dopo aver fatto l’inchino e dato il benvenuto a Carcare invitavano i potenziali commensali alle loro rispettive cucine proponendo le specialità della giornata. Un sabato di settembre, mi pare del 1950, arrivò una Duetto con a bordo Giovannino Guareschi, il quale andando a fare visita alla moglie e ai figli che si trovavano in villeggiatura a Garessio dove si andava anche “a passare le acque” presso le fonti San Bernardo aveva deciso di pranzare a Carcare che sempre ricordava volentieri per avervi fatto i campi militari nel 1939. Guareschi, sorpreso di questa simpatica concorrenza che ben si addiceva al libero mercato di una economia liberale in cui lui credeva, non stette a valutare le leccornie proposte ma chiese al ristoratore che aveva una bella terrazza prospiciente la piazza di poter pranzare su quella per osservare il “lavoro” dei ristoratori.
Con Guareschi vi era il giornalista fotografo Alessandro Minardi che scattò alcune fotografie tuttora conservate nel museo “Guareschi” di Roncole Verdi ben gestito e conservato dai figli Alberto e Carlotta. Guareschi in quella occasione scrisse sul Candido molto positivamente dell’esperienza vissuta sulla piazza carcarese.
Così Guareschi fece in anni successivi quando arrivava con la sua prima Mercedes berlina ed andava a trovare la moglie e i figli nei loro soggiorni mare ad Alassio. Di Guareschi, ormai giustamente rivalutato da tutti, spero che un giorno a Carcare si possa avere la presenza della sua mostra itinerante, ne sarebbero felici anche i figli che tante volte hanno sentito parlare di questo paese dal loro papà.
Ringrazio chi ha avuto la forza e la cortesia di arrivare fino alla fine di questo lungo excursus della storia e della cronaca di Carcare. Ci sarebbero molte altre cose da scrivere e mi scuso se ho trascurato qualcuno. Io non ho vissuto sempre sulla strada o in mezzo alla piazza, ma, curioso, ho avuto piacere di raccogliere nel tempo tante informazioni sul mio paese adottivo, da quasi sessant’anni, a cui voglio bene, non è l’ombelico del mondo ma per un lungo periodo storico ha avuto la sua parte in questo angolo d’Italia
Ricordo che l’articolo risale al 2010, la fotografia del complesso del Collegio, svattata dal terrazzo del palazzo dove abito è più recente.